366 Off-news: “Morire di ben altre carezze”

25 Settembre 2005. Via Ippodromo. Ferrara.

Federico Aldrovandi, studente di 18 anni, incensurato.
Tornava a casa dopo un sabato sera passato al “Link” di Bologna, Aldro, in compagnia dei suoi amici.
Era solito farsi lasciare in una via vicino casa e percorrere via Ippodromo. Una sorta di rituale, al quale non ha rinunciato neanche quella notte. Quella notte in cui è morto, Federico Aldrovandi, diciottenne, alle 6.15, percorrendo via Ippodromo a Ferrara, dopo un controllo della polizia.
I giornali titolano: “Muore a 18 anni, è giallo”; “Ragazzo ucciso da un malore”; “Si è accasciato davanti agli agenti. Diciottenne va in escandescenza poi crolla sull’asfalto”; “Scaricato da un auto in fuga”.
Cosa è successo davvero quella notte ce lo spiegano le sentenze di primo grado, della Corte d’Appello e della Corte di Cassazione. Cosa è successo davvero quella notte lo sappiamo solo grazie alla perseveranza di Patrizia, Lino e Stefano Aldrovandi. Soltanto grazie alla caparbietà di una famiglia che non ha accettato delle spiegazioni sommarie e paradossali; che non si è chiusa nel dolore della perdita, ma si è eretta ad un urlo intriso di legalità, di bisogno di verità per Federico e per tutti quelli che, come lui, sono morti a causa della non democraticità e non correttezza nell’uso della forza da parte della polizia. Federico non è morto perché colto da un malore improvviso, non è morto per overdose e nemmeno perché è stato scaricato da un auto in corsa. Federico è morto per arresto cardio-respiratorio e trauma cranico-facciale. Su di lui sono stati rotti due manganelli. Federico urlava “Basta. Aiuto” mentre aveva sopra di sé chi avrebbe dovuto aiutarlo e che, invece, gli toglieva il respiro. Paolo Forlano, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri, sono questi i nomi dei quattro agenti condannati alla pena di tre anni e sei mesi di reclusione per “eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi”. La pena è stata ridotta a soli sei mesi di reclusione, grazie all’indulto, ed agli agenti non è stata tolta la divisa. La storia di Federico ha aperto una finestra su un problema molto grave nel nostro Paese, molte sono le vittime uccise in circostanze simili: Marcello Lonzi, Aldo Bianzino, Gabriele Sandri, Giuseppe Uva, Stefano Cucchi; ma anche le torture perpetrate alla Diaz ed a Bolzaneto durante il G8 di Genova. La lista è interminabile. C’è chi ha cercato di dar voce a Federico, di immaginare che cosa stesse pensando e cosa avrebbe voluto dire, tra cui Carlo Valente, cantautore reatino, con il suo brano “Tra L’altro”.
Qui di seguito il testo della canzone, la quale non ha bisogno di ulteriori commenti.

“Tra l’altro sono stanco, non sento neanche più il dolore,
vorrei baciarvi uno ad uno se riuscissi quantomeno a respirare.

Vi colgo di sorpresa se vi parlo di perdono,
anche perché non esiste peggiore offesa, credo,
nel chiamarvi a tutti “uomo”.

Chiamarvi uomini è un reato ok,
uccidetemi per questo,
pestatemi di nuovo adesso avete un buon pretesto.

Ho l’amaro in bocca per il sangue,
per questi miei vent’anni da buttare.
Ho gli occhi chiusi per vergogna,
per la vostra assurda libertà di poter sempre sbagliare.
E conciati in questo modo poi sembrate veri fuorilegge,
ma non è mica carnevale e la scusa del “corpo dello stato” dai,
lo sapete che non regge.

Ma sono stato fortunato, ci ho messo un attimo a morire,
voi la vita l’avete già venduta a un’uniforme,
prima o poi da seppellire.

Ma ciò che mi fa più terrore è l’anoressia delle vostre menti,
l’avidità dei vostri cuori e quella lingua in mezzo ai denti.
Quei denti marci che hanno un prezzo,
mentre voi bocche cucite ci avete imposta anche una tassa su queste nostre
democratiche ferite.

E i vostri sguardi così duri, fanno solo pena a questo mondo, ripeto,
c’è chi muore da una vita,
io non ho smesso di sorridere un secondo.

Io mi tengo i miei lividi
Voi le scuse più inutili
Ho trovato la mia armonia, tra la strada e le nuvole.

Quando tornerete a casa ed armerete di nuovo le vostre tristezze,
sappiate dire almeno ai vostri figli
che si può morire
di ben altre carezze.

Ma chissà quante altre luci
Con la forza avrete spento
Signori… io rimango fuori, per non morire dentro.”

A Federico Aldrovandi

Martina Angeletti

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