La poetessa prostituta, prima donna a scrivere per denaro

A quante donne dovremmo dire grazie? Ci sono quelle che ci hanno concesso il diritto al voto. Altre che ci hanno elargito il potere sul nostro corpo. Quante, nei secoli, ci hanno incoraggiate a credere in noi stesse e nelle nostre potenzialità. E poi ce n’è una, della quale rammentiamo poco e di cui parliamo ancor meno, una donna che  riposa “scandalosamente” nell’ abbazia di Westminster, la quale ci ha fatto guadagnare il diritto di dar voce alla nostra menti. Il potere di esprimere in versi o in prosa i nostri sentimenti, i nostri stati d’animo; il sacrilegio di mettere nero su bianco i nostri pensieri. Aphra Behn, nata a Canterbury il 10 luglio 1640, fu la prima donna, della letteratura inglese, a guadagnarsi da vivere come scrittrice. Poetessa, drammaturga e traduttrice di lavori letterati e scientifici (conosceva il francese, l’italiano e lo spagnolo), Aphra Behn fu una penna assolutamente singolare nel panorama letterario dell’epoca in cui visse, nonché l’autrice più prolifica e famosa del suo tempo, ad eccezione del poeta John Dryden. Aphra fu la prima donna inglese a scrivere per denaro, guadagnandosi l’appellativo di “poetessa prostituta” poiché vendeva il suo ingegno anziché il suo corpo. Ella stessa disse di scrivere “per il pane” ma anche per la gloria, “ per la mia parte mascolina, per il poeta che c’è in me”. Come autrice di teatro, agì di pari passo a Shakespeare: riesumò intrecci e storie preesistenti e li manipolò sino a trarne dei lavori esemplari. Come scrittrice, indagò in modo originale e spregiudicato le classi sociali, la politica, i rapporti tra i sessi e le razze. Aphra scrisse, in modo del tutto colloquiale, “Oroonoko or the royal slave”, il primo romanzo “abolizionista” basato sulla sua permanenza nella colonia olandese del Suriname. La schiavitù non viene criticata in maniera diretta, eppure il principe schiavo viene trattato in modo così positivo, rispetto ai colonizzatori, da non lasciare adito a dubbi. La Behn, inoltre, introdusse, nei classici temi della poesia arcadica, note di un erotismo allegro e sfacciato, nonché un sano umorismo, tanto da guadagnarsi l’appellativo della “Saffo Inglese”. Notevole è la lirica “The Disappointment” (“La Delusione”, scritta nel 1680), ove si narra della furia d’amore del pastore Lisandro, deciso a possedere la bella vergine di nome Clori che invano lo prega di desistere. Il pastore insegue la fanciulla sino a che riesce a farla prigioniera: Clori sviene, distesa ed inoffensiva ai suoi piedi, così Lisandro si toglie di furia i vestiti per consumare lo stupro bensì l’impotenza non glielo permette.

“Ma oh, quale dio maligno cospira
nel sottrargli il potere e lasciargli il desiderio!”

La maggior parte dei lavori di Aphra sono tesi all’indagine del desiderio: quali sono gli ostacoli che impediscono di ottenere l’unico oggetto dei nostri pensieri? Nell’esplorare le fantasie Aphra riconosceva e narrava di tensioni etero ed omosessuali; intravedeva un ruolo “omosociale” nella rivalità fra maschi per la conquista sessuale della stessa donna; tratteggiava i modi in cui il travestimento o la mascherata complicano e destabilizzano le relazioni fra i sessi. Aphra Behn fu insultata per tutta la vita, additata come “cattivo esempio”, ignorata e svilita come autrice. Ma noi oggi le diciamo grazie. Non tanto per le cinquecento sterline l’anno guadagnate per il suo talento, bensì per la forza, la tenacia e la passione con cui faceva pagare il suo intelletto. Una donna che osò uscire allo scoperto: una femminista ante litteram, coraggiosa e spregiudicata.

Silvia Santilli

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