La felicità ai tempi della crisi

“L’amore non è un problema, come non lo è un veicolo: problematici sono soltanto il conducente, i viaggiatori e la strada.”

Siamo tutti avvolti dal caos e ignari di questo, ignari di tutto, ci lasciamo guidare dall’amore nei tortuosi sentieri della vita, alla disperata ricerca di un ordine interiore, di una parvenza di felicità. Ma prima o poi giunge l’insuccesso, il tracollo, lo smarrimento, e realizziamo che in questa vita non c’è progresso, non c’è miglioramento e così, senza guardarci indietro, si perde la fiducia per la raziocinio e per il sapere. Dopo il positivismo giunge ineluttabilmente il vuoto interiore. Siffatto lo abbiamo visto nel Novecento, quando il pensiero positivista, che caratterizzò tutto l’Ottocento, cadde vittima della crisi. Il movimento filosofico, che aveva “l’amore per principio, l’ordine per fondamento e il progresso per fine” decadde di pari passo con la grande depressione economica di fine secolo. La crisi non si limita a travolgere l’economia, questo lo possiamo notare anche nel nostro tempo, bensì tende a sbaragliare tutti gli aspetti sociali. Lo specchio che, più di tutti, riflette e fa riflettere sulla crisi positivista è il mondo letterario e Franz Kafka ne è l’esempio sublime. Lo scrittore, nato a Praga il 03 luglio 1883 e appartenente alla classe medio-borghese, visse la nuova realtà con esperienze di emarginazione e disagio. Il diverso stato d’animo si riverbera soprattutto nel linguaggio, che diviene uno strumento di analisi della realtà introspettiva, dell’evocazione, del fluire della memoria, del monologo interiore. Kafka, in un profondo senso di solitudine e angoscia di fronte alla realtà, rappresenta la tangibilità in atmosfere surreali, sino a mutarla in incubo. Perfetta sintesi del suo stile letterario è il celebre racconto “La metamorfosi”, pubblicato nel 1916, in cui il protagonista, un commesso viaggiatore, si risveglia trasformato in un insetto e finisce in preda all’ansia di non riuscire a mantenere più la propria famiglia. Oggi sappiamo le conseguenze della crisi sul benessere, di quanto: la depressione economica, il fatto di non sentirsi più utili per la società, di non riuscire più a provvedere economicamente al proprio nucleo familiare, getti l’uomo in un grande sconforto. Di come la mancanza di certezze e punti fermi, possa far sentire l’uomo come un “fruscello” al vento. Tutto ciò porta ad una inesorabile mancanza di prospettive per il futuro che fa perdere persino l’interesse per il presente. Dove e come si trova la felicità in tempo di crisi? Si  disperde tra la sfiducia, il pessimismo concreto, lo sguardo bloccato sul presente così da impedire di pensare al futuro, di costruire, di realizzare.

… e alla fine arriva la felicità?

Silvia Santilli

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