Masika Katsuva e le 6mila donne vittime di stupri

Lo scorso 2 febbraio è morta, stroncata da un infarto, Masika Katsuva: coraggiosa attivista per i diritti per le donne che oggi avrebbe compiuto 50 anni. Era una donna minuta che viveva con intrepidezza nel nefasto inferno. Non vi è altro modo per definire ciò che avviene, nel totale silenzio e nell’assoluta indifferenza del mondo. Nella Repubblica Democratica del Congo milioni di donne e di bambini vengono uccisi nei modi più atroci, dalle mani delle tante truppe armate che all’opposto dovrebbero tutelarli. Impronte che infestano il territorio, pur di contendersi i giacimenti di materie prime rare, di cui la nazione è licenziosamente ricca. L’arma di questo paese è lo stupro: Masika Katsuva fu violentata per ben quattro volte, sia dai soldati dell’esercito che dai miliziani ribelli. La primo volta, davanti ai suoi occhi, le uccisero il marito. Senza scrupolo alcuno, violentarono anche le sue due figlie, la maggiore di appena 14 anni, mentre lei inerme assisteva all’abuso che nessuna madre merita di vivere. Le sue bambine rimasero incinte e lì nelle foreste non esiste rimedio ad una gravidanza indesiderata. Un anno dopo, nel 1999, Masika fondò un’associazione per aiutare le donne vittime di violenza offrendo ascolto, assistenza sanitaria e aiuto per crescere i bambini nati dalle violenze. La sede era la sua casa a Buganda, villaggio nella provincia del Sud Kivu, zona di conflitto. Sono state 6mila le donne assistite dalle cinquanta case di accoglienza. Masika non si è mai fermata, non si è mai rassegnata, ha continuato a lottare, nonostante avesse vissuto esperienze terribili, come la morte di sua madre che collaborava con l’associazione: rapita, violentata e uccisa. Una sorte che in Congo colpisce quasi a una donna al minuto. Sono 400mila quelle violentate in un anno, una media di 48 all’ora. Il Congo nel 2005 ha firmato la “Convenzione delle Nazioni Unite contro la Tortura” ma non ha mai rispettato gli obblighi, come quello di istituire un organismo nazionale per la prevenzione dei maltrattamenti e la protezione delle vittime. Lo stupro è l’arma, lo strumento che mette a tacere le donne. Funzionari pubblici, membri delle forze di polizia, perpetrano le violenze sessuali, reiterate e di massa, così da impedire alle donne di occuparsi dei diritti umani e della politica. Seminano il terrore tra la popolazione, disgregano famiglie, distruggono comunità, nonché, in alcuni casi, modificano la composizione etnica. Contagiano deliberatamente le donne con il virus dell’HIV o rendono le donne, appartenenti alla comunità presa di mira, incapaci di procreare. Quando si vede e si capisce il contesto, si può comprendere l’atto di grande coraggio fatto da Masika Katsuva, che ha messo a rischio la sua vita per poter salvare la vita e la dignità di tante altre donne, ferite e prosciugate come lei. “Ho deciso che dovevo fare qualcosa per rendere più forte me stessa e le altre donne. Per far tornare le donne a essere quello che erano, prima delle violenze. Ho voluto dire alla donne che hanno subito uno stupro come me che non è la fine. Si può iniziare di nuovo, come ho fatto io. Nonostante tutto quello che ho passato, sono ancora in piedi e se ce l’ho fatta io, possono farcela anche loro”, ha detto Masika nel 2013 a Dublino. Ora se n’è andata, ha lasciato questa terra arida e sventurata. Ha abbandonato questo inferno che necessità di eroine come lei. L’eterna condanna che vede più pericoloso essere una donna che va ad attingere l’acqua o a raccogliere la legna piuttosto che essere un combattente al fronte. La violenza sessuale perdura nel tempo, permane nelle gravidanze indesiderate, nelle infezioni trasmesse e nell’emarginazione per infamia. Per secoli, la violenza sessuale in situazioni di conflitto è stata tacitamente accettata in quanto “inevitabile”. I militari consideravano lo stupro un legittimo bottino di guerra. Benché le modifiche alle leggi internazionali e nazionali costituiscano i principali passi per consentire la punizione e la fine della violenza sessuale, essi tuttavia non possono avere buon esito senza un fondamentale cambiamento nell’atteggiamento sociale nei confronti degli abusi sessuali sulle donne. La donna subisce lo stupro, viene marchiata con l’infamia e bandita a causa di esso. Oltre alle leggi bisogna far sì che vengano inflitte sanzioni sociali in favore della donna.

Sogno il paradiso in cui la vittima riceve il sostegno della comunità mentre l’uomo che la stupra viene marchiato con l’infamia, bandito e punito da parte dell’intera comunità. Un giardino privo di tattiche di terrore, in cui vengano messe a tacere le armi e le urla. Un eliso in cui una donna può uscire di casa e sentirsi al sicuro.

Silvia Santilli

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