Iqbal Masih: lo “sciocco” che sognava di essere un bambino

Sognare di tornare bambini, di fare castelli in aria, di vivere l’odierno senza troppi pensieri. Quante volte abbiamo desiderato di tornare nella tenera età: godere di ogni raggio di sole, dimenticare il passato, disconoscere il futuro, vivere con una tale totalità da dimenticare ogni altra cosa. Bambino, altro non è che il diminutivo di bimbo: una forma arcaica che sta per babbeo, sciocco. Indubbiamente il termine sottolinea l’immaturità dei fanciulli e la loro naturale incapacità ad affrontare le difficoltà della vita. Mentre fausti bimbi ingannano il tempo godendo a pieno della loro tenera età, 5,5 milioni di bambini in tutto il mondo smarriscono la loro infanzia nella schiavitù. Vengono picchiati, sottoposti ad abusi e spesso a violenze sessuali. Privati dei loro sogni, sono costretti a lavorare in bordelli, miniere, fabbriche di mattoni, pescherecci oppure in abitazioni private come domestici. In molti casi diventano soldati, spose-bambine o spacciatori di droga. La schiavitù infantile è all’apice della sua diffusione. Ogni giorno si vendono sul mercato nero bambini di appena cinque anni a prezzi più bassi dei capi di bestiame. Una volta caduti nelle mani dei nuovi padroni, sono costretti a lavorare anche 20 ore al giorno. Le bambine sono particolarmente a rischio, poiché più vulnerabili allo sfruttamento sessuale, una delle forme di schiavitù più redditizie. Non si possono scorgere dalla nostra oscurata campana di vetro, ma ci sono. Se si ascolta bene, si possono udire le loro sofferenze. Supplizi che alimentano una spirale perversa di traffico di esseri umani, servitù per debiti, prostituzione, pornografia infantile e altre attività illecite. Questo raccapricciante quanto perverso inferno genera un giro d’affari di 150 miliardi di dollari l’anno: molto più del fatturato di alcune delle più prosperose aziende del mondo. Lavoro forzato, sfruttamento sessuale, traffici illeciti, sono tra le forme di schiavitù che costringono i bambini a rinunciare alla loro innocenza. Chi difende i loro diritti? Altri bambini così coraggiosi da ribellarsi alla loro condizione di schiavitù. Iqbal Masih era nato in una famiglia molto povera. A quattro anni fu venduto dal padre per colmare un debito di 26 dollari a un venditore di tappeti. Iqbal fu costretto a lavorare 10-12 ore al giorno, incatenato al telaio e sottonutrito, a tal punto da riportare un danno alla crescita. Nel 1992 uscì di nascosto dalla fabbrica e partecipò, insieme ad altri bambini, a una manifestazione del Fronte di Liberazione dal Lavoro Forzato, organizzazione fondata da Ullah Khan. Una volta tornato nella manifattura, malgrado le percosse, Iqbal si rifiutò di continuare a lavorare. Il padrone sostenne che il debito anziché diminuire fosse aumentato a diverse migliaia di rupie, pretendendo di inserirvi lo scarso cibo dato al fanciullo, supposti errori di lavorazione eccetera. La famiglia fu costretta dalle minacce ad abbandonare il villaggio e Iqbal venne ospitato in un ostello dalla BLLF, ricominciò a studiare con il sogno di diventare avvocato, per poter difendere i deboli e gli indifesi. Iniziò a viaggiare e a tenere conferenze. A Stoccolma nel 1994, ad 11 anni, parlò ad un convegno internazionale sul lavoro: « Nessun bambino dovrebbe impugnare mai uno strumento di lavoro, unici strumenti di lavoro di un bambino sono penne e matite. » Iqbal non aveva più paura del suo padrone, adesso era lui ad aver paura del ragazzo. Ricevette una borsa di studio dalla Brandeis University ma la rifiutò per rimanere nel suo paese ad aiutare i suoi amici. Tra i suoi progetti: costruire una scuola. Per la sua attività di denuncia e di promozione le autorità pachistane furono costrette a chiudere decine di fabbriche di tappeti. Iqbal creò problemi per la mafia locale, era un pericolo, un personaggio scomodo per chi si arricchiva con il lavoro dei bambini. Il 16 aprile 1995, a 12 anni, Iqbal venne ucciso, vittima di un colpo di fucile, sparato da un assassino rimasto ignoto. Il “sindacalista” dei bambini venne fermato, ma di certo non la sua causa. Quando fu ucciso correva in bicicletta, forse pensandosi e immaginandosi libero di essere semplicemente un bambino. A seguito della sua morte, il tema del lavoro minorile, in special modo nell’industria pakistana dei tappeti, ha ricevuto ancora maggior attenzione, rendendo Iqbal un vero e proprio simbolo di tale causa. Oggi la Comunità internazionale continua a battersi affinché i tanti Iqbal sparsi nel mondo abbiano riconosciuti quelli che sono i loro diritti per natura, affinché abbiano un’istruzione adeguata e affinché non siano costretti ad impugnare tra le mani strumenti di lavoro ma solo matite colorate e giochi. Ma la strada è ancora lunga. Stiamo perdendo di vista una generazione di bambini. Li stiamo derubando della loro vita. Ma le favole non dicono ai bambini che i draghi esistono. Perché i bambini lo sanno già. Le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere sconfitti.

Silvia Santilli

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